LE STREGHE

Dramma,

Prefazione di Carlo Vallauri,

Introduzione dell’autrice,

Relazione di Fabrizio Rafanelli, componente della giuria del Premio Nazionale Vallecorsi per il teatro XXXI Edizione,

Nota di regia del regista Filippo Crispo, per la messinscena di Teatro Orazero in collaborazione con Venetoteatro, 1990,

Bozzetto di scena di Maurizio Berti,

Abano Terme PD, Piovan editore, 1990

(seconda edizione ampliata).


Renata Cibin,
Note di regia per l’allestimento de Le streghe, 24 febbraio 1990.

       Ho avuto il piacere e il privilegio di curare il primo allestimento de Le streghe di Daria Martelli. Si è trattato di una “lettura scenica” per la regia di Roberto Milani, che si è tenuta a Mirano, Marcon, Mestre nell’88 e nell’89, avvalendosi della recitazione di attrici e attori professionisti, ma anche di giovani dilettanti, in parte provenienti dal “vivaio” del laboratorio scolastico che curo. Il mio compito era adattare il testo a una lettura recitata e non ad una rappresentazione con scene e costumi. Di qui la necessità di tagli operati sui personaggi minori che costituiscono lo sfondo paesano della vicenda. Come nella tragedia greca, dove il coro dialoga per bocca del corifeo, essi sono stati rappresentati e riassunti da una donna e da un uomo, che, nella differenza di sesso, bene esprimono il modo, in parte simile in parte diverso, del popolo di “reagire” al fenomeno strega. I personaggi rivestiti di un ruolo autoritario si sono condensati in una figura maschile, ora parroco ora inquisitore, spesso voce fuori campo, ad indicare la sua estraneità al paese. Restavano le donne: Caterina, la sorella Antonia, la nonna, le streghe. A questo punto si imponeva un taglio registico, fedele da un lato alle ragioni del testo, dall’altro alla mia personale lettura.
       Come è ben detto nell’introduzione al testo, scritta dall’autrice, il fenomeno della stregoneria si presta ad interpretazioni diverse seppur integrantisi e, a riguardo, vi è ormai una vasta letteratura. Capri espiatori di uno scontro di classe e di sesso insieme, le streghe non rappresentano un femminile vincente, secondo gli slogan ottimisticamente illusori del primo femminismo, quanto il condensato storico di uno stato di povertà, impotenza, emarginazione femminili generalizzate. Tuttavia la strega, appartenente al ceto contadino (i secoli dei roghi delle streghe sono quelli delle sollevazioni rurali) e spesso sola, perché vedova o non maritata, e perciò “irregolare”, è l’espressione di un femminile trasgressivo.
       Esce dal ruolo perché rifiuta la protezione di un uomo, perché è sapiente – conosce le erbe, il corpo, il cosmo – e di questo sapere vuole tenere il controllo, anzi vuole trasmetterlo ad altre donne in una simbolica catena genealogica. E questo fa paura al potere, agli uomini, alle altre donne.
       Ne è risultato un allestimento teso a mettere in risalto – con l’apporto delle musiche e delle luci, che isolano spettralmente personaggi o ricreano ambienti (il bosco delle tre sagge) – la solidarietà che lega queste donne e le separa dal resto del paese, non solo perché sono “diverse”, ma perché scelgono la diversità come fedeltà a sé stesse ed al proprio sesso. Una resa, come è stato detto, corposa, sanguigna, veicolata essenzialmente dalle voci. Voci di corpi liberi e liberati, che affermano il diritto al gioco e alla festa (andare “in strigazzo sul monte”) e la capacità di portare a termine con coerenza un progetto che nemmeno la morte doma, se c’è la timida Antonia a raccogliere l’eredità culturale della sorella bruciata.
       In quest’ottica “antropologica” mi pare che le streghe si colleghino, nel tempo, ad altre forme di trasgressione femminile a noi nota. Il menadismo greco presenta notevoli tratti analogici: la conoscenza del mondo vegetale, la capacità di sintonizzare il proprio corpo col cosmo, la festa notturna sul monte, l’accusa di sessualità sfrenata e pervertita, quando di libero gioco si tratta, il rifiuto del ruolo tradizionale femminile di moglie e madre. In nome di che cosa? Di un antico, primordiale concetto di numinoso femminile, che è natura naturans, senso della vita come energia e unità psicofisica, identità di purezza e sensualità. I Greci la chiamarono all’inizio Demetra, e più tardi, con il definitivo assetto patriarcale, Dioniso, che tuttavia rimane divinità ermafroditica; le popolazioni rurali del periodo oscuro della Controriforma la chiamarono: la Signora del gioco.