LE VITE DI FABRIZIA

Romanzo

Milano, Edizioni La Vita Felice, 1997

In copertina:

Acquerello di Alessandra Pucci (1997)

Il libro è dedicato alla memoria di Angela Gorini


Renata Cibin,
Relazione letta alla presentazione del romanzo, Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, 12 novembre 1999. […]

Ragioni di appartenenza di genere oltre che identità di formazione professionale e culturale mi legano a Daria e rendono il mio compito di investigare la sua scrittura una possibilità di rispecchiamento, una sorta di percorso di auto-riconoscimento, sempre. Ciò è tanto più vero per Le vite di Fabrizia.
       Come è stato detto anche da altri (Paolo Ruffilli all’Ateneo Veneto di Venezia, Paola Azzolini al Circolo della Rosa di Verona), chi legge questo romanzo “fa un percorso di conoscenza” alla ricerca del proprio essere e della propria identità. Perché? Perché il romanzo, diviso in quattro parti che corrispondono a quattro punti di vista, è congegnato a “scatole cinesi”, con tutto il carico di interferenze e di connessioni che il “congegno” comporta. Si tratta di rendere la complessità della vita, di ciascuna vita, sia agli occhi di se stessi che degli altri, con il rischio di approdare non ad una ma a tante verità e, ciononostante, solo così afferrare l’unicità che ogni essere rappresenta. I riferimenti dotti sono immediati: Pirandello, Rashomon di Kurosawa (sul versante filmografico) e, perché no?, Edipo, archetipo occidentale della ricerca di identità ed indagine su un delitto, come avviene in questo romanzo, che è anche un giallo psicologico.
       Da quanto fin qui detto, appare chiaro che il romanzo ha un forte impianto costruttivo, una struttura, ben evidente anche nelle opere precedenti dell’autrice, e che non è solo pregio tecnico. Essa è funzionale all’idea che l’autrice ha della scrittura, come mezzo per tentare una possibile comprensione del reale, che appare disarticolato e frammentato, per mettere ordine nel caos, per superare la realtà senza esserne sopraffatta. Si vedano i passi a p. 76 e p. 80.
       C’è, soprattutto nella seconda sezione, una querelle, non troppo latente, su scrittura narrativa e scrittura giornalistica, a vantaggio della prima, che costituisce una profonda riflessione (strutturalmente una metascrittura) sullo scrivere, sulle sue funzioni, sulla sua verità, sulla sua possibilità di entrare empaticamente in contatto con i propri simili ( pp. 84,91,93, 97, 103).
       La lingua di questo romanzo è facile e piana, a livello di sintassi, in larga misura vivace e scattante per la predominanza del dialogo, ma ricca e preziosa sul versante del lessico, dove il ricorso a immagini, a vere e proprie pitture di ambienti e gallerie di tipi offre materia di godimento e di uno studio linguistico, quello che ha fatto, ad esempio, Gianna Marcato, dialettologa e psicolinguista, nella sua relazione durante la presentazione del libro a Mirano. Marcato afferma che, se basta il nome dell’autrice a definire come letteratura femminile un testo, ogni autrice però può scegliere se occultare, travestire, negare il proprio sesso o invece renderlo trasparente al testo, utilizzando le risorse della lingua italiana, che ha, come norma interna, la possibilità di differenziare i sessi: infatti un’autrice, per i propri condizionamenti storico-sociali, piuttosto che per la propria libertà di soggetto, può “tradire” questa norma linguistica, utilizzando il maschile presunto universale.
       Daria Martelli opera un processo di trasparenza, modella un mondo in cui le donne, pur tra mille contraddizioni, si assumono la parzialità sessuata del reale. Di più, per una “lettura di genere”, valgono alcune ricorrenze del testo che nel loro insieme danno luogo a una complessa metafora multipla. La prima: la casa, cupa, severa, sia rifugio sia prigione, appesantita di rumori, presenze, emozioni, rimpianti, sempre minuziosamente descritta, soprattutto per quanta riguarda mobili e soprammobili (pp. 18,113,114). La seconda: il corpo, come umori, odori, macchina che si tiene ostinatamente in vita, in una concezione, tra l’epicureo e il positivistico, quasi ossessionata dall’incessante lavorio della materia, nella quale ultima si saldano corpo e casa (pp. 21, 22, 27). Ma la casa e il corpo di cui si parla sono quella e quello della madre (pp. 110, 111), la quale viene evocata nella sua luminosa giovinezza o descritta nello stato presente di decomposizione e disumanizzazione.
       Il nodo casa/corpo/madre, con la “cura” che pretendono, forse cifra intima e segreta di Daria, provoca molte di noi, svela l’esistenza di un viluppo originario del genere femminile, che ha trovato voce anche nei miti più antichi e che, portato alla coscienza collettiva dal primo femminismo, viene ancor oggi interrogato dal pensiero della differenza.
       Mi preme tuttavia sottolineare che la scelta sessuata dell’autrice non è ideologica o propagandistica. Non siamo di fronte a un romanzo a tesi. Non ci sono donne buone e uomini cattivi. Su tutte e su tutti scende un velo non moralistico ma “umanistico” di pietas, quello che poggia sul sentimento del vivere come condivisione di una pena. Soprattutto quando smacchi e disincanti abbiano smorzato o spento la giovanile baldanza. Concludo perciò con la lettura di due passi che rendono evidente tale umana pietà.
       (p. 64) “Una sera gli avevo portato il pezzo alla sua scrivania, una delle poche ancora occupate. Scurita la vetrata sulla parete in fondo, accese tutte le lampade della sala, nell’aria gravavano il fumo, il fiato, la fatica dell’intera giornata. Malesani sedeva appoggiandosi allo schienale della sedia, con i pollici infilati sotto le bretelle, lo sguardo distratto nel volto tirato dalla stanchezza, il colletto della camicia aperto e la cravatta allentata. Era scarmigliato, come lo vedevo spesso: nei momenti di concentrazione si metteva una mano nei capelli. Ma quella volta una ciocca brizzolata gli era venuta sulla fronte, coprendogli la stempiatura, e, non so come, gli mutava la fisionomia. All’improvviso, in quell’uomo atticciato di mezz’età, mi apparve il ragazzo che era trent’anni prima. Scorsi le tracce della sua grazia acerba, sotto la volgarità dell’adulto. Intravidi la sua incertezza, sotto l’aggressività che la copriva. E inaspettatamente provai simpatia. A quel ragazzo da allora mi rivolgevo in segreto ogni volta.”
       (p. 178) “Rivedevo il sogghigno complice di Siro: niente affatto stupito della mia richiesta, subito ne aveva classificato il motivo, compiaciuto della sua perspicacia. Ma anche gli investigatori, come tutti, vedono soltanto ciò che sono abituati a vedere. Nella sua casistica professionale non era compreso il genere di gelosia e di rivalità per le quali lo avevo assoldato. Riguardavano la dimensione temporale della persona, la natura immaginaria ed elusiva dell’amore, la singolarità inclassificabile di ogni momento che ci troviamo a vivere.”