POLIFONIE

Le donne a Venezia nell’età di Moderata Fonte

(seconda metà del secolo XVI)

Saggio

Prefazione di Federica Ambrosini,

Padova, Cleup, 2011

Il saggio è corredato di illustrazioni.

In copertina: Abraham de Bruyn, Omnium pene Europae, Asiae, Aphricae atque Americae gentium habitus, Anversa, 1581, tav. 31.

Il libro è dedicato alla memoria della madre dell’autrice, insegnante Anna Arciero

Lucia Nadin, Relazione letta alla presentazione di Polifonie, Venezia, Ateneo  Veneto, 1 marzo 2012.

Il libro è cresciuto per circa due decenni attorno al nucleo originario, oggetto degli studi di Daria Martelli: la vita e l’opera di Moderata Fonte, una voce di cultura di estremo interesse nella Venezia del secondo Cinquecento. Quel nucleo si è fatto perno per una ricerca a tutto tondo sulla società del tempo, indagata da un’ottica di recuperi di genere, sì, ma mai settoriali, piuttosto sempre attenti a collegare lo specifico femminile al contesto d’insieme e a recuperare gli approdi delle ultime tendenze storiografiche sulla realtà veneziana dell’epoca.
Basta scorrere l’indice per capire l’ampiezza della ricerca: le donne e l’istruzione, le donne e la loro “roba”, le donne e il loro ruolo nel matrimonio e nella procreazione, le donne oltre il ruolo domestico: monache, benefattrici, lavoratrici, attrici, “streghe”, meretrici. Ogni voce trova spazio in una trattazione condotta con un linguaggio scorrevole, piano, che rende accessibile il contenuto a un pubblico anche non specialistico; a quello specialistico invece è riservato, di argomento in argomento, un ricco apparato bibliografico, che ne soddisfa le esigenze, sempre condotto su dati aggiornati.
Impossibile entro tale ampiezza di argomenti esaurirne la presentazione. Se ne prendono perciò in esame solo due, che rinviano a due diverse categorie sociali di appartenenza femminile nel Cinquecento: la donna e l’istruzione; la donna e il lavoro; ovvero la donna di estrazione sociale medio alta e la donna “del popolo”.
Si veda il primo argomento.
È necessario sottolineare, nella biografia di Moderata Fonte, l’impressione che lei bambina faceva a chi ne notava l’intelligenza e il sapere: era uno «stupendo mostro notabile», racconta lo zio Doglioni; uno «spirito senza corpo» la definiva Gabriele Fiamma, che aveva l’occasione di incontrarla al monastero dove la piccola orfana viveva. Bene: se la prima espressione attributiva dello zio può ancora contenere la positività  etimologica di monstrum, la seconda di Fiamma connota l’eccezionale conoscenza della bambina come propria di un essere privo di corporeità, privo cioè dei contorni di quella grazia che non poteva mancare a una bambina. Già si consolidano i tratti di definizione di una giovane particolarmente colta, che ancora un secolo dopo saranno usati dai biografi di Elena Corner Piscopia, la prima donna cui sarà concesso di accedere, nello Studio di Padova, nel 1678, a una laurea: l’eccezionalità dell’evento, celebrato in tutta Europa, doveva rimanere tuttavia tale, non essere motrice di consimili richieste, peraltro avanzate subito da altre donne colte. 
L’istruzione ai più alti livelli doveva rimanere per la donna un prezzo altissimo da pagare a danno della sua femminilità; e infatti i biografi di Elena Corner parleranno di lei come di un “mostro” di sapienza, che nulla aveva dell’essere donna, perché “morta” al mondo,  perché “talpa” che mai emergeva alla vita normale.
Come ebbe a dire chi scrive, proprio quello di Elena Corner doveva presentarsi come un mito dissuasivo: studiare, per una donna, doveva essere, ancora nel tardo Seicento, un traguardo deterrente rispetto al poter esprimere anche la propria soggettività femminile.
Si veda ora il secondo argomento.
Le donne “del popolo” e il lavoro: interessantissimo questo capitolo del libro, costruito su una capillare ricognizione di dati, difficili spesso da evidenziare, perché di norma la registrazione degli addetti ai vari lavori avveniva al maschile; quindi il termine lavoratore comprendeva spesso anche l’accezione lavoratrice. Si aprono inediti scenari sull’occupazione in vari settori: da quelli, più noti, del tessile o del baliatico o della servitù, a quelli, più sorprendenti, legati alle arti veneziani: tipografe, cartolere, mascarere, e anche velere (cioè lavoranti alle vele), cordere, stopere (addette al calatafaggio) all’Arsenale, le donne nel Cinquecento.
Aggiunge chi scrive: un capitolo in cui vanno inserite anche le molte donne emigrate, quelle dei Balcani, innanzi tutto, dalmate e albanesi; un discorso sul sommerso dell’occupazione femminile cui purtroppo spesso è difficile dare voce, per l’assenza di dati ufficiali.
Ed è proprio il capitolo relativo alle lavoratrici che, si ritiene, può indicare in un certo senso la virtù di tutto il libro, che è libro di e sul genere, certo, ma che non crea datate separatezze: Daria Martelli scrive storie di donne, con le loro tante emarginazioni, ma, con quelle, scrive di storia.