ADATTAMENTO TEATRALE DE
IL MERITO DELLE DONNE
DI MODERATA FONTE
in Daria Martelli,
MODERATA FONTE E IL MERITO DELLE DONNE.
Biografia e adattamento teatrale.
Prefazione di Giovanni Calendoli
Postfazione di Bruno Rosada
Venezia, Centro Internazionale della Grafica, 1993.
Renata Cibin, Note di regia, 1991, dépliant di sala per le rappresentazioni de Il merito delle donne di Moderata Fonte, adattamento teatrale di Daria Martelli.
La scelta di dare una lettura scenica, sia pure alquanto “mossa”, e non una vera e propria azione drammatica mi è sembrata coerente con il carattere del testo originale, nato, ricordiamo, per la lettura e non per il teatro. Infatti Il merito delle donne, scritto in un italiano cinquecentesco letterario, presenta una situazione sostanzialmente statica: un dialogo che assume a volte il tono del dibattito ideologico o quello della dissertazione erudita.
Con il taglio registico ho voluto sottolineare la libertà della conversazione messa in scena. Infatti le sette donne sono lontane dagli occhi di uomini che possano giudicarle e vivono con gioia questa situazione. Così il giardino, evocato con pochi elementi scenici, diviene il luogo di un “gioco”, non solo perché esse decidono di “giocare” una tenzone pro e contro gli uomini, ma anche perché tutto il loro atteggiamento è giocoso: sorrisi, abbracci, applausi, risate, benevole burle reciproche esprimono la libertà di comportamento che le donne hanno quando si ritrovano tra di loro.
Non ho voluto invece calcare la mano sul messaggio ideologico. In primo luogo perché il dialogo non può essere considerato un’opera femminista ante litteram. Appartiene infatti alla cultura del secondo Cinquecento, che vede proliferare trattati e dialoghi polemici sull’eccellenza o sull’inferiorità delle donne, opere che presentano contraddizioni e incoerenze anche sul piano strettamente dialettico e sono spesso appesantite dall’erudizione e dallo sfoggio di un sapere enciclopedico. In secondo luogo perché il messaggio profondo di questo testo mi sembra riposto nel senso, che trasmette, della libertà dall’uomo più che nella polemica contro l’uomo.
Nel giardino, che paradossalmente da luogo di segregazione è divenuto spazio di libertà, le sette donne giungono avvolte in un velo nero e subito se lo tolgono: ritornano a velarsi alla fine, quando se ne vanno. L’indumento, simile a un chador, è un segno funereo della loro “morte civile”: nella società, dove liberi sono soltanto gli uomini, esse sono di fatto “assenti”.

















