Interventi

Daria Martelli, “I nomi femminili negli spazi pubblici. L’esempio di Venezia”, Leggere Donna, n. 174, gennaio febbraio marzo 2017. 

L’esclusione delle donne dalla memoria storica è stata condotta anche con i nomi di persone dati alle vie, alle piazze, ai giardini urbani e con quelli ricordati nelle iscrizioni di lapidi e targhe esposte al pubblico e sui monumenti celebrativi:  nomi che sono ancora quasi tutti maschili. Letti quotidianamente e memorizzati come pochi altri dai cittadini e dai visitatori, ogni giorno con il loro numero soverchiante trasmettono la percezione dell’irrilevanza del genere femminile, confermando il luogo comune misogino che “le donne non hanno mai fatto niente di notevole”.

Conservare negli spazi pubblici la memoria delle donne che si sono distinte in qualche campo non è solo un atto di pietas e un riconoscimento dovuto a quante bene operarono. Ben più, serve a popolare l’immaginario collettivo anche di figure femminili, che siano esempi e modelli: simboli al femminile. E i simboli sono necessari per rappresentare la realtà, elaborare i concetti, affermare le idee. Anche la parità simbolica dei generi è sempre mancata e anche questa va costruita nel nostro tempo.

Per le giovani le figure esemplari di genere sono di incoraggiamento a cimentarsi anch’esse in imprese degne di memoria nei vari campi. Una fondamentale funzione della memoria celebrativa che Foscolo ha ben espresso, ma che è sempre stata intesa solo al maschile: “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti”.

Per ovviare a questo retaggio del patriarcato e ai suoi effetti deleteri, nel 2012 è nato su Facebook, per iniziativa di Maria Pia Ercolini, il gruppo “Toponomastica femminile”, che negli ultimi anni ha promosso ricerche, convegni, concorsi e proposte, rivolte alle istituzioni, dell’intitolazione di strade a personaggi femminili1.

Peraltro nelle nostre città di origine antica ormai le vie sono tutte intitolate e restano poche possibilità di intitolazioni femminili, se non nelle vie nuove, di solito nelle periferie, in luoghi di ben scarso significato simbolico.

A questo riguardo in alcune città sorgono difficoltà specifiche, come per esempio nel centro storico di Venezia. Qui calli, campi, campielli, fondamenta, salizade, rii terà, sotoporteghi, corti e ponti traggono per lo più il nome da antichi mestieri, chiese e palazzi, santi e sante, fatti e caratteristiche locali, una toponomastica tradizionale che fa parte della singolarità di Venezia e della sua storia, e va rispettata. Tra le migliaia di toponimi dei sestieri sono soltanto poche decine i nomi di personaggi storici e quasi tutti maschili. Pochissime le donne ricordate sui nizioleti: Calle Bianca Cappello, la veneziana divenuta per matrimonio, nel 1579, granduchessa di Toscana; Calle de la Regina (Caterina Cornaro, divenuta per matrimonio, nel 1472, regina di Cipro); Campiello de la Regina d’Ungheria e Calle Morosini de la Regina (Tomasina Morosini, divenuta in seguito al matrimonio regina d’Ungheria nel 1291); Fondamenta e Ponte Maria Callas, nell’area contigua al Teatro La Fenice, una nuova denominazione, con la quale nel 2004 è stata accolta la proposta dell’Associazione culturale intitolata alla celebre soprano e della Fondazione Teatro la Fenice.

Nella città lagunare la memoria storica di personaggi è affidata soprattutto alle lapidi commemorative, che infatti abbondano. Secondo la recente rassegna di Gianni Simionato2, nei sestieri del centro storico si contano 138 personaggi maschili ricordati nelle iscrizioni e soltanto 9 femminili. Anche questo un “bilancio di genere” significativo. Le poche donne, eccezioni che confermano la regola, sono le seguenti: Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, letterata, prima donna laureata  (1646-1684); Rosalba Carriera, pittrice (1675-1757); Isabella Teotochi Albrizzi (1760-1836), letterata, animatrice di un famoso salotto letterario; George Sand, scrittrice francese (1804-1876); Felicita Bevilacqua La Masa (1822-1899), mecenate, che lasciò in eredità al Comune di Venezia il suo Palazzo di Ca’ Pesaro, ora sede della Fondazione a lei intitolata; Margherita di Savoia (1851-1926), regina, moglie del re Umberto I; Henriette Nigrin Fortuny (1877-1965), francese, moglie e collaboratrice dell’artista Mariano Fortuny y Madrazo, che donò alla città di Venezia il Palazzo ora sede del Museo Fortuny; Peggy Guggenheim, statunitense, mecenate di artisti e collezionista di opere d’arte (1898-1979); Nella Giannetto (1953-2005), studiosa di letteratura italiana, ricordata nell’iscrizione, posta nel 2006, come “docente universitario”, al maschile, omologata così ai personaggi maschili che di solito hanno la prerogativa di questo onore3.

I nomi femminili compaiono in un altro tipo di lapidi, sulle tombe del cimitero nell’isola di San Michele, numerosi soprattutto quelli delle donne morte di parto, una morte che era frequente fino a tempi recenti, ma indegna di memoria storica. Sarebbe giusto ricordare, a Venezia come nelle altre città, le giovani donne che nei secoli, con un eroismo senza gloria, pagarono questo terribile costo per assicurare la sopravvivenza della città e la continuazione della specie. Ricordarle tutte insieme con una lapide e con le parole di Medea: “Dicono / che passa in casa, e scevra dai pericoli/ la nostra vita, e invece essi combattono;/ ed hanno torto: ch’io lo scudo in guerra / imbracciare vorrei prima tre volte, / che partorire anche una sola” (Euripide, Medea, vv. 248-251, trad. di Ettore Romagnoli). Per rimediare all’enorme sproporzione tra i generi nelle “memorie di pietra” di questa città, sarebbe certo opportuno dedicare una lapide alle tre scrittrici veneziane Moderata Fonte, Lucrezia Marinelli e Arcangela Tarabotti, rimaste a lungo dimenticate: una scelta che sarebbe particolarmente significativa per la tematica delle loro opere, che vertono sulla condizione femminile del tempo. La cancellazione della loro memoria ha impedito anche la trasmissione dei nuovi valori e dei nuovi concetti da loro espressi, privando le donne delle “parole per dirli” nonché della consapevolezza che ne avrebbero tratto. Se il loro “protofemminismo” non fosse stato escluso dalla tradizione, forse la storia delle donne e della nostra società sarebbe stata diversa. 


1Cfr. Maria Pia Ercolini (a cura), Sulle vie della parità, Atti del I Convegno di toponomastica femminile, Roma 6-7 ottobre 2012, Roma, Universitalia, 2013; Maria Pia Ercolini e Loretta Junk (a cura), Strade maestre. Un cammino di parità, Atti del II e III Convegno di Toponomastica femminile, Palermo, 31 ottobre-3 novembre 2013, Torino, 3-5 ottobre 2014, Roma, Universitalia, 2015; Mary Nocentini, Albano Laziale. Tracce, storie e percorsi di donne. Le guide di Toponomastica femminile, Roma, EUS, 2015.  

2Gianni Simionato, Lapidi e iscrizioni nel Comune di Venezia, Venezia, Supernova, 2014.

3Comune di Venezia,  Stradario del centro storico veneziano (delibera del 1 marzo 2012). Comune di Venezia, Nuove denominazioni. Le più recenti intitolazioni di aree di circolazione (vie, piazze, calli). Giuseppe Tassini, Curiosità veneziane ovvero origini delle denominazioni stradali di Venezia, Venezia, Filippi Editore, 1990 (1863). Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario. Guida storico-artistica, Trieste, Edizioni Lint, 1963.

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