LE PAROLE DI IERI SULLA DONNA
Una ricerca di genere sulle nostre radici culturali
Saggio
Padova, Cleup, 2012
In copertina:
“Brusa la vecia”, Padova, Prato della Valle, 6 gennaio 2012. Foto di Gianni Pengo.
Il libro è dedicato alla memoria della madre dell’autrice, insegnante Anna Arciero
Gabriella Imperatori, Recensione, Leggere donna, n. 159, aprile maggio giugno 2013.
Il libro è un saggio che le donne possono apprezzare particolarmente, divertendosi, ma anche provando spesso rabbia o dolore, perché può innescare ricordi non sempre piacevoli, e creare identificazione. Ma dovrebbero leggerlo soprattutto gli uomini, e i giovani, maschi e femmine, che sanno tanto poco del recente passato. Dovrebbe essere letto nelle scuole. La ricerca ha molti meriti: è documentata, brillante, profonda nell’illustrare un passato recente, che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, ma che in molte cose si riverbera sull’oggi.
Daria Martelli analizza il passato maschilista sia nelle tradizioni, in certi riti, sia nel linguaggio popolare e in particolare in quei “trattati di etica” che erano i proverbi, sia ancora negli scherzi da cui traspare un atavico disprezzo (e se non li gradisci sei una povera di spirito). Ma non si tratta solo di antiquariato linguistico. Tuttora sono da notare certi slittamenti semantici, per cui per esempio l’aggettivo serio/a assume valenze diverse per un uomo o per una donna. Solo per lei assume un significato inerente alla morale sessuale, mentre un uomo serio è un uomo affidabile. Sopravvive il maggior prestigio del sostantivo maschile ad indicare le professioni, purtroppo anche da parte di molte donne, per cui sembra cacofonico dire ministra o sindaca, o sminuente direttrice o scrittrice.
La lingua non è però solo comunicazione, è un processo che struttura una visione del mondo. È importante dunque chiedersi cosa sta dietro a certe espressioni, a certi automatismi verbali, ai proverbi. Spesso ci sta una sorta di violenza psicologica che può perfino innescare la violenza fisica. La Martelli passa al setaccio molte di queste parole, frasi, modi di dire e pensare, oltre a riti come il rogo della Befana, vecchia e brutta, bruciata in immagine il giorno dell’Epifania, che molti enti turismo ripropongono acriticamente senza rendersi conto che questa tradizione suggerisce disprezzo per la donna non più giovane e bella. Fino a poco tempo fa, incontrare per prima una donna il giorno di Capodanno portava disgrazia, come imbattersi, in qualsiasi momento dell’anno, in una gobba, mentre un gobbo portava fortuna.
Spesso Daria attinge anche alla memoria, propria o di coetanee, nei vari capitoli in cui ripercorre l’educazione, il fidanzamento e il matrimonio, ricordando gli atteggiamenti di sufficienza che generavano insicurezza, perdita di autostima: in ogni tipo di cultura, bassa ma anche alta, come provano certi scritti e detti di famosi giornalisti e scrittori (da Soldati a Buzzati, tanto per non fare nomi). Purtroppo non era innocente neanche la famiglia. Le madri erano orgogliose che prendessimo bei voti, ma spesso ci consigliavano di non ostentare cultura «perché gli uomini preferiscono sentirsi superiori e comunque nelle donne apprezzano altre virtù». Infatti, come ho ricordato in un mio libro, alcuni coetanei stilavano, più o meno scherzosamente, le virtù che rendevano appetibile una ragazza come futura moglie: la bellezza anzitutto, la serietà nel senso che dicevo prima, anche se poi magri ci provavano e noi dovevamo resistergli per non squalificarci. Contava naturalmente anche la famiglia, meglio se benestante, e poi l’abilità in cucina e nei lavori a maglia. Affermavano che la Storia presenta pochissime donne geniali, ma si guardavano bene dal ricordarsi che le donne che potevano studiare erano mosche bianche, che molte erano costrette a numerose gravidanze e altre morivano di parto. Perciò le madri ispiravano nelle figlie il terrore di rimanere zitelle (= acide e bisbetiche). E le figlie che tardavano a fidanzarsi ufficialmente, cioè in casa e con l’anello, erano del tipo «Tutti la voe, nissun la toe», mentre valevano assai di più quelle «viste e prese», cioè in sostanza le donne oggetto.
Questo anche in famiglie borghesi e di città. Ma nelle campagne la condizione femminile era ancora più dura, anche se forse subìta meno consapevolmente. Le donne lavoravano come buoi, in casa nei campi in stalla, allevavano numerosissimi bambini e spettava loro la cura di malati e anziani, servivano gli uomini a tavola restando in piedi, ed erano tenute all’obbedienza totale al padre, ai fratelli e al marito. Una donna solo un po’ indocile era considerata con disapprovazione anche da parte delle altre, era «una che non se assoggetéa (non si assoggettava)». E una che votasse diversamente dal marito era una traditrice, quasi come un’adultera. I proverbi spesso l’assimilavano agli animali (del resto, queste similitudini si trovavano anche in poeti famosi come Saba), e pertanto si potevano bastonare per punirle ed educarle. Anche nei casi migliori, che c’erano, ci si aspettava da lei che «la piasa, la tasa, la staga in casa». Oggi anche in campagna le cose sono cambiate, però alla tradizione si sostituisce un’anomìa inquieta in luogo di valori e disvalori del passato. Ma ovunque, anche tralasciando gli orrori di certi paesi sottosviluppati, la vera parità non è stata raggiunta. Se le donne studiano, non di rado bene, nel lavoro sono ancora discriminate, sono le prime ad essere licenziate, e si sente dire, in certi casi, che vogliono «rubare il posto agli uomini». In politica quelle che fanno carriera sono quasi sempre ricche e senza figli, mentre i nuovi modelli femminili esaltati dalla televisione sono sconfortanti. Anche in questo, nel continuare a considerare le donne come oggetto e possesso o come collaboratrici domestiche, gli uomini devono fare ancora molti passi avanti. Qualcuno già li sta facendo, riscoprendo la tenerezza paterna o perfino le abilità domestiche. E non si deve negare che anche la condizione maschile ha avuto e ha problemi, fatiche, responsabilità, emarginazioni. Ma quel che vogliono le donne non è il paradiso in terra: è solo il diritto a essere pari, rispettate, considerate. Possibilmente amate, ma almeno non ammazzate. Neanche a parole.

















